INTERVIEW: BENEDETTA TAGLIABUE

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1.Quando ha deciso di voler diventare architetto?

La molla dell’architettura non è nata per caso ma si è insediata in me sin da quando ero bambina. Fogli alla mano adoravo disegnare, lo facevo di continuo. Poi, con il passare del tempo ho deciso di dare un senso a quei disegni, di trasformarli in qualcosa di più concreto. Così, la voglia di diventare architetto e iniziare a viaggiare per rappresentare quel che vedevo.

 2.Quali le esperienze più significative della sua formazione?

La mia formazione è stata lunga. Appena maggiorenne son partita per Venezia dove ho trascorso i primi anni di formazione accademica. Il desiderio di trasformare la pratica in teoria si faceva sempre più forte e la voglia di uscire dai confini italici mi ha portata a New York. Ho vissuto belle esperienze professionali negli Stati Uniti ma l’incontro con Boris Podrecca è quello che sicuramente ha più influito. Poi, il cambiamento è avvenuto quando ho conosciuto Enric (Miralles). È iniziato con lui un percorso professionale oltre che umano e mi son trasferita in Spagna.

 3.Come nasce un suo progetto? Che peso hanno analisi e intuizione?

La propensione al disegno mi ha portata a non abbandonare mai la matita come primo strumento. Paradossalmente con il passare del tempo ho iniziato a dedicare meno tempo all’aspetto grafico della professione in virtù di una maggiore sensibilità intuitiva. D’altronde, un bravo architetto deve saper immaginare gli spazi prima che questi vengano costruiti. Posso quindi dire che l’intuizione ricopre un peso assai rilevante.

4.Quanto ha influito il disegno digitale sul modo di lavorare? Che peso ha lo schizzo nella sua maniera di progettare?

La digitalizzazione ha influito in maniera sicuramente non poco rilevante. Credo rappresenti una importante opportunità per il nostro mestiere. Oggi a studio abbiamo ragazzi sempre aggiornati con i software e crediamo nel valore della sperimentazione. Diamo sfogo alla comunicazione e al nuovo che avanza anche grazie alla fondazione Miralles che abbiamo di recente fondato.

 5.Quanto la fase di cantiere incide sul risultato finale?

Ti racconto un aneddoto. Ho da poco iniziato i lavori di ristrutturazione per l’appartamento privato di una mia amica. Ho accettato senza remore, senza badare al compenso ma per il solo piacere di approcciarmi alla piccola scala e sentire in maniera più diretta il valore tattile dei materiali. Si, costruire un grattacielo è opera di immenso controllo, una grande sfida. Non posso però rinunciare al divertimento che mi danno lavori più intimi e gli insegnamenti che l’approccio al dettaglio non smette mai di daremi.

 6.Crede che i vincoli siano un limite o un valore da volgere a proprio favore?

I vincoli spesso stravolgono un progetto. Si trovano soluzione che in fase di discussione con il committente vengono poi stravolte per motivi burocratici ed economici. Bisogna quindi non innamorarsi di una idea ed essere assai flessibili, avere una buona capacità di controllo dalla posa della prima pietra fino all’ultimazione dell’opera.

 7.Preferisce lavorare con il pubblico o con il privato?

Ho iniziato lavorando con il pubblico. Ad inizio carriera i concorsi in Spagna sono stati la mia prima scuola. Adesso abbiamo delle commesse private in oriente come una torre a Taiwan e una università a Shangai. Sono per me esperienze molto stimolanti che spero vadano in porto anche per il carico simbolico che terre tanto diverse dalla vecchia Europa sono in grado di trasmettere.

8.Come riesce a bilanciare l’uso di materiali tradizionali e quelli più vicini alla recente tecnica delle costruzioni?

Penso che i materiali di recente sviluppo non siano altro che una derivazione della tradizione. Certo, sono utili e necessari se propriamente applicati. Ma il fascino dei materiali naturali è ineguagliabile.

9.Le risorse rinnovabili. Pensa siano solo un rimedio agli errori del passato o anche una buona maniera per fare architettura?

Non penso che in passato si facesse meno attenzione a questo aspetto del costruire ma che oggi è diventata una necessità inderogabile dalla quale non ci si può sottrarre. È sicuramente uno degli aspetti cardine che deve possedere una buona architettura. Non è detto però che la sola propensione alla salvaguardia ambientale sia giustificazione di una buona opera. Oggi il nostro mestiere si è svestito di protagonismo e penso che solo una sinergia tra eterogenei campi del sapere possa legittimare il lavoro del progettista.

10.Quale il progetto che più la rappresenta o quello al quale è più legato?

Ovviamente ci sono progetti ai quali sono più legata sia perché mi hanno vista più coinvolta in senso pratico sia perché hanno accompagnato fasi della mia vita personale più felici caricandomi di un entusiasmo aggiunto che son riuscita a trasmettere anche ai miei collaboratori. Il mercato di Santa Caterina è sicuramente uno dei lavori ai quali sono più legata.

11.Il tema con il quale spera di confrontarsi nel prossimo futuro o quali i progetti già in divenire?

Vorrei costruire un museo. Non ho paura di correre il rischi che spesso accompagna queste strutture, contenitori d’arte che vanno magari a sopraffare il valore delle opere stesse. Penso invece che quanto viene esposto debba instaurare un necessario dialogo con il suo ambiente. È probabile che a breve ne costruiremo uno in Cina in memoria di un pittore locale molto vicino alla scuola di Picasso. Dovesse questo proposito giungere a compimento ne sarei davvero molto felice.

More info: www.mirallestagliabue.com

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